Come quando, quindici anni fa, decise di lasciare il suo lavoro nel settore pubblico per entrare nella cooperativa sociale Sirio, fondata da Mario Tommasini per dare una possibilità di lavoro e di reinserimento a detenuti ed ex detenuti.

Quest’anno Sirio festeggia il trentennale. È una realtà in crescita ed è divenuta un punto di riferimento per il mondo della solidarietà a Parma. Patrizia Bonardi ci racconta che cosa significa essere la presidente di un piccolo mondo “tosto”, prevalentemente maschile, fatto di “visi duri e lavoro sporco”. Ma anche di relazioni autentiche, vere, profonde. Di grande umanità. Dove cadono gli schemi, cadono le maschere.

“Quando sono arrivata in Sirio, raccogliendo la sollecitazione di Marcella Saccani, ho trovato un modo di essere – dice – l’impatto iniziale è stato forte: qui certe cortesie formali a cui siamo abituati non ci sono. E’ un ambiente spartano e ruspante, potremmo dire non molto femminile, se con questo termine intendiamo le sfumature della dolcezza e dell’accoglienza. Questa non è la realtà di tutti, ma i mondi possono entrare in relazione”.

Il sogno di Mario Tommasini era quello di liberare dall’abbrutimento le persone confinate in percorsi di sistema, ridando loro la dignità sottratta. La legge Gozzini, che nel 1986 introdusse le misure alternative alla detenzione in un’ottica di rieducazione del condannato, aprì le porte a una sinergia tra le istituzioni e il mondo della cooperazione. Ed è proprio in Italia che in quegli anni si sviluppano le prime forme di cooperazione sociale, un modello per tutto il mondo.

“Come donna, in Sirio non ho mai trovato una persona che mi mancasse di rispetto – sottolinea Patrizia – tutti i soci hanno sempre mostrato la massima accettazione. Non sono un “capo”, perché si tratta di una cooperativa, ma gestisco un sistema. Penso che una donna possa portare quel valore aggiunto della condivisione, della pazienza, dello scambio armonico”.

Valori di cui c’è bisogno per superare alcune – rare – situazioni calde. In Sirio ci sono lavoratori che hanno problemi di alcolismo o abuso di sostanze, altri che sono in situazione di sofferenza psichica. A volte la miccia si accende. Ed è in questi casi che la dimensione di solidarietà di una cooperativa deve prevalere sugli aspetti aziendali.

“Ricordo una lite violenta tra due soci in cortile, anni fa – racconta Patrizia – Una scena molto dura. Dall’ultimo piano della sede sono riuscita a inserirmi nella situazione parlando con voce pacata, lentamente. I toni si sono subito smorzati. Io non ho mai avuto paura e non ho mai dato giudizi: non fa parte di me”.

In questa realtà, inevitabilmente, lavoro e vita si intrecciano. I soci non sono solo dipendenti, possono essere persone che hanno bisogno di assistenza legale ed economica per reinserirsi nella società. In Sirio capita di lavorare l’ultimo dell’anno per concordare un percorso al Sert per un soggetto che in un’altra azienda sarebbe stato licenziato. O per tirare fuori dalla cella una persona che ci è tornata dopo molti anni, dopo essersi rifatta una vita, perché i lunghi tempi della giustizia riservano spiacevoli sorprese.

“Una cooperativa sociale è un’azienda, non ci sono sovvenzioni particolari, si sopravvive nella misura in cui c’è lavoro – ricorda Patrizia – ci sono però delle fragilità che vanno affrontate con modi e tempi differenti e bisogna tenerne conto nell’organizzazione. Ogni giornata è diversa, non si sa mai come può volgere. C’è di bello che non mi sono mai annoiata. E poi si creano legami molto solidi: sono certa che alcuni soci verrebbero in capo al mondo per me, e viceversa”.

Sirio è una realtà che nel tempo, gradualmente, è cresciuta molto. Oggi conta 152 dipendenti, tra cui 128 soci lavoratori e 85 soggetti svantaggiati. Si occupa di ambiente e raccolta rifiuti e, nel rispetto dei valori originari di Tommasini e Basaglia, manda avanti progetti sociali come gruppi appartamento per persone uscite da percorsi psichiatrici. Negli ultimi anni, poi, sono stati molti i progetti di inclusione sociale promossi da Sirio: stage con le scuole, laboratori con studenti liceali e universitari a dialogare sul significato delle parole insieme a detenuti anche ergastolani (incontri in carcere con Agnese Moro, Franco La Torre, lo scrittore Gianrico Carofiglio), e il programma radiofonico “Non ci sto più dentro” prodotto da giovani con patologie psichiatriche.

“Con le nostre attività vogliamo testimoniare che esiste una cooperazione sana – dice Patrizia – che dà lavoro dignitoso e risposte a livello sociale. A gennaio abbiamo ricevuto il giudizio positivo del Ministero dello Sviluppo economico, al termine di una revisione straordinaria: è certificato che siamo una struttura adeguata e solida, una cooperativa sociale DOC”.

Vai all’articolo